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“E se dicessi “Non aspetterò?”/Se rompessi il cancello della carne – e riuscissi a fuggire – sino a te!” (277)

Amore ed erotismo, un binomio che fra le mani di Emily esplode come il camino di un vulcano. L’amore è stato nella vita della poetessa una necessità, una fonte inesauribile d’ispirazione capace di produrre liriche ardite e fiammeggianti, sensuali e pregne di significazioni.

“O frenetiche notti!/Se fossi accanto a te,/queste notti frenetiche sarebbero/la nostra estasi” (249); “Dio si contenterebbe/soltanto di una parte dell’amore/che senza freno sopra te riverso” (275), “Per te io curo questi fiori,/fulgido assente!” (339); “Sposa mi troverà il giorno nascente. Hai tu, Aurora, un vessillo per me?” (461); “Il mio primo pensiero sia per te” (1218). Tutti incipit di poesie che narrano di amanti divini o umani, di abbandoni dell’anima smarrita in estatici percorsi che trascendono la mortalità.

Fu folgorante l’aurora d’ogni suo amore, vivida, appassionata, accesa dal fuoco di un sole possente perché nuovo e rinnovato dal riposo notturno.
Fiera amante, Emily chiese e immaginò in un turbinio di parole che vestirono il suo sentire e la travestirono quale sposa, amante, regina, dolcissima e forte margherita, amori simbolo di perfezione, destinati a immergersi nel fuoco sacro dell’immortalità.

Il dolore per un abbandono, una fine inevitabile, una rinuncia o una separazione si modellò seguendo i ritmi e i disegni della sua sofferenza che mutava lo scorrere del tempo, trattenendo la mezzanotte per non far fuggire un altro giorno e si ostinò a vedere in una nuova alba il tramonto appena trascorso.

S’insinuò sempre in lei l’incontrollabile desiderio di possedere l’amato, non importa se donna, uomo o divino, visse dentro il suo animo la dilaniante passione che la esortò a scrivere, ad incidere la carta, eterna testimone del suo dipanare le trame della vita per inseguire gli argentei arabeschi dell’anima.

Emily amò senza preoccuparsi dei divieti impostale dal suo tempo, dalla religione e dalle rigide norme sociali, lei fu al di là d’ogni convenzione e, per questo, il suo linguaggio, rivelato dapprima solo agli intimi, li intimorì e li disarmò.
Attoniti furono i destinatari delle sue passioni, increduli i familiari o gli amici ben compresi nel ruolo che li voleva meschini, ciechi e sordi.

“Possedere una Susan per me sola/è di per sé beatitudine” (1401) scrisse in onore della diletta Sue, e ancora sull’amore: “Gli incidenti dell’amore/sono più dei suoi successi-/E’ proprio la percentuale minima/il miglior teste dell’investimento-” (1248).

L’amore come passaporto per l’eternità, l’amore come ricompensa dell’esistere, l’amore che ci ricongiunge all’immortalità divina nella quale entriamo accompagnati da uno oscuro e silenzioso cavaliere, ”unico pretendente non deluso”: la morte.
  

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