Parole di Emily Dickinson
 
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di Maria Giulia Baiocchi

A Emily Dickinson piaceva giocare con il futuro e noi, che solo per un caso del destino ci siamo ritrovati nel suo futuro, siamo diventati i destinatari della sua “lettera al mondo” (441).

La sua voce, ormai senza tempo ma con l’eternità cucita addosso, ci narra dell’amore, della morte, della natura, dell’immortalità. Lieve, acuta, drammatica, ironica o veritiera ci riversa addosso parole incise nel diamante più puro e noi inciampiamo in versi che paiono nati per caso tanto sono perfetti e non dimostrano né la fatica occorsa né l’età.

Qual è il segreto di questa strega-bambina, della donna “in bianco”, della monaca ribelle, della mendicante, della poetessa insomma che, se fosse nata un paio di secoli prima, sarebbe stata messa al rogo per la sua stranezza, la vita “misteriosa” e i riti arcani?
Emily Dickinson osò sfidare l’immortalità, nonostante ne avesse un gran rispetto, un culto anzi, coltivato dentro e fuori di lei. Lavorare, pensare e scrivere per chi verrà è un progetto grandioso e frustrante perché condanna a non avere nulla dal presente se non dubbi, perplessità e incomprensioni.

Regala anche parecchi rischi, gli stessi che lei corse, come quello di vedere distrutta la sua opera, per bigottismo e pregiudizi familiari, di veder riscritte male e interpretate peggio le sue poesie, come accadde, di vedersi accantonata da un editore superficiale, di essere dimenticata. Ma lei, Emily Dickinson, sembrava nella sua foga di immacolata sacerdotessa, sicura del proprio destino, certa che il suo nome sarebbe rimasto inciso per sempre con lettere cangianti nell’universo dei “grandi”.

Così è avvenuto, a dispetto di tutti e tutto. Nel suo viaggio trascinante, impigliati nello spesso velo lucente della sua fama, sono finiti parenti, amici, semplici vicini di casa, resi luminosi solo da un riflesso, marchiati a fuoco dalla sua penna, nomi diventati immortali perché lei partì sempre dal quotidiano per dimostrare l’infinito. Una strada lunga e tortuosa inscritta nel suo profondo sentire, un labirinto dove scavò e diede forma a sentieri impossibili da affrontare per il viaggiatore incauto.

Emily, camminatrice instancabile, percorreva avanti e indietro quei passaggi sinuosi, ora sicura ora smarrita, bisognosa di fermarsi e ascoltare le emozioni, ebbra lei stessa di quanto scopriva, ubriaca di sensazioni, gelosa custode di tesori inarrivabili. Ed oggi, nonostante sembri facile entrare nel “suo” giardino segreto, si rimane smarriti davanti a tanta opulenza. La prima sensazione è che mai si verrà a capo di una simile ricchezza, come se, cercando di valutarla, si scoprissero sempre nuove preziosità.

 

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