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“Chi dubita dell’immortalità/cambi con me la sua sorte” (1260)

Emily aveva una gran dimestichezza con la morte. Fu donna in pieno periodo vittoriano, discendente da una famiglia di coloni puritani inglesi, era inevitabile dunque che la morte le appartenesse. La veglia al moribondo, la vestizione del morto, il servizio funebre, i riti religiosi, furono momenti che si impossessarono, sin dall’infanzia, della mente di Emily tanto che lei dedicò alla morte più di cinquecento liriche delle sue millesettecentosettantacinque.

Il trapasso, dunque, fu un momento vissuto infinite volte, attraverso la morte dei parenti e degli amici, ma anche ricreato e immaginato nella propria mente, quasi una sorta di prova generale in quel ruolo di protagonista destinato ad essere un atto unico nell’inevitabile dramma d’ogni esistenza.
La morte fu un’ossessione per Emily che spiò i volti agonizzanti informandosi sulle ultime parole dette e sulle estreme sensazioni provate. I suoi pensieri si perdevano proiettando la mente in quel viaggio verso l’immortalità, luogo eletto ma temuto. Il silenzio, l’abisso, il confine… “Mi piace uno sguardo d’Agonia/perchè so che è vero” (241) lasciò scritto in una delle sue liriche più inquietanti.

Emily evocò spesso lo scenario di un funerale: “Sentivo un funerale nella mente,/e andava gente in lutto,/avanti e indietro…” (280); “Ed a momenti la nera parata/di nappe e di carrozze sfilerà” (389); “L’anno scorso morii, di questo tempo./So che sentivo il grano,/quando mi trasportarono lungo i campi -/aveva già la spiga” (445), un’ossessione martellante come se volesse incidere la morte nell’animo per non trovarsi impreparata, per essere certa di accoglierla come un’amica attesa, una conoscente della quale tanto si è sentito parlare, ma ancora non si è incontrata.

Emily si raffigurò la morte anche come un corteggiatore instancabile oppure la esaltò quale unico mezzo per essere immersi nella purezza di una pace celestiale ponendo così fine alle sofferenze terrestri. “Non è la morte che così ci duole;/ci duole più la vita-“ (335).

Emily trasgredì giocando con le parole; personificando la morte e l’immortalità si avventurò in un’intima e privata ricognizione che la portò a vincere il terrore per l’ignoto e a proiettare deformazioni mentali dove stratificate giacevano le impressioni e le esperienze vissute.
La rappresentazione teatrale placava la paura atavica pronta a coglierla davanti al confine estremo e l’aiutò a distanziarsi dai fantasmi sempre vivi intorno a lei. Poi c’era la necessità di credere in un Paradiso consolatorio dove ritrovare gli amici e il suo vissuto.

La morte dunque come passaggio necessario per entrare nell’immortalità che, sosteneva Emily, già dimora in ognuno di noi, compagna ideale che non tradisce il patto del silenzio, ma, discreta, ci respira accanto.

“Dietro me- l’Eternità sprofonda/Davanti a me – l’Immortalità/Io stessa – il termine fra esse-“ (721).
La mente serrata nel cerchio di ferro della creazione, il cuore schiacciato dalla potenza delle parole, Emily navigò nelle acque insidiose dove l’infinito si diverte a spostare i confini mentali in un gioco che, a tratti, svela l’abisso.
E’ laggiù l’immortalità, ma è difficile scorgerla se si desidera restare avvinghiati alla realtà terrena e, inabissandosi senza averne l’autorizzazione o il biglietto già scaduto, si rischia di vacillare e cadere.

“E’ l’immortalità forse un veleno/che gli uomini ne sono così oppressi?” (1728) si domandava Emily seminando nelle sue liriche schegge di madreperla. E la risposta sale ancora una volta dalla profondità del suo percepire: “Questo mondo non è conclusione./C’è un seguito al di là –/invisibile, come la musica –/ma forte, come il suono-“ (501).

 

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