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LA NATURA
la Poesia

“Preferirei ricordare un tramonto/che possedere un sole nascente” (1349)

Nel canzoniere di Emily la natura occupa un posto di rilievo. Da bambina e giovinetta si nutrì di colori e profumi, di stagioni ben scandite nella loro peculiarità, di lavorio d’insetti, di animali suoi vicini, “ i nostri piccoli parenti”, un universo che respirò e assimilò senza sosta sino a farlo giacere dentro di lei, tesoro al quale attingere a piene mani per adornare le liriche di metafore e osservazioni.
Si contrappose sempre all’austerità della sua educazione la libertà sfrenata concessale nel mirare la natura e dove l’occhio non arrivava lo sostituivano il cuore e l’immaginazione, quasi possedesse una seconda vista, più acuta e capace di drammatizzare l’invisibile.

La natura fu, per lei, un palcoscenico infinito, uno spazio visionario dove mettere in scena attori da fiaba e dare voce a personificazioni impossibili.
Ogni cosa che all’occhio umano appare minuta, come l’ape, il trifoglio, il ragno, la zolla o un bocciolo, fu trasfigurata dalla penna di Emily in uno sfavillio di grandiosità, in una visione assolutamente nuova, come se, ascoltandola, ci insegnasse, da capo, a vedere con l’acutezza del suo sguardo ciò che non saremmo capaci di cogliere da soli.

Quasi tenesse fra le mani un magico pennello, già intinto d’ogni colore ed emozione, Emily descrisse il suo bestiario, composto dai più svariati animali, anche mitici come i folletti, gli elfi, i giganti, il suo erbario, dalla semplice pratolina alla superba rosa e i mutamenti atmosferici, anch’essi partecipi del suo intimo dialogare, come se tutto il creato fosse unito a lei da un argenteo ed invisibile filo. Era la superba padrona di casa di un universo che comprendeva e la comprendeva in una perfetta fusione fra la realtà e la fantasia.

Ma dove inizia l’una a dispetto dell’altra è difficile da percepire tanto il potere della sua penna continua ad ammaliarci conducendoci sulla soglia del suo giardino incantato e trattenendoci là, timorosi di compiere altri passi.
“Io credo che all’abete piaccia stare/su un margine di neve” (525); “Il mattino che giunge una sola volta/medita di tornare la seconda” (1610); “Lo stelo d’un fiore caduto/conserva un grado silente.” (1520); “Che palazzi di trifoglio/fatti apposta per l’ape/che azzurri appartamenti per le farfalle e me-“ (1338); “Come deve sentirsi solo il vento/quando di notte si spengono i lumi/e ogni creatura che in locande alloggi/richiude le persiane e si nasconde-“ (1418), così, fra l’altro, ci ha lasciato scritto Emily, capace di cogliere il significato della vita in ogni fremito del creato.

Emily raccontò la natura che viveva sotto i suoi occhi, ma non le bastò e si spostò oltre, in un viaggio attraverso il tempo che nessuno immaginava ma che lei compiva spesso, selvaggiamente libera di proiettarsi al di là d’ogni barriera, una clandestina al servizio della poesia.
Dalle sue fantastiche fughe tornava così ricca di emozioni che era costretta a comporre freneticamente le sue liriche; dentro di sé non aveva abbastanza posto per riporle e, smaniosa di non perderle, le riportava in fascicoli costruiti da lei stessa e messi diligentemente in una cassapanca, il suo lascito per coloro che sarebbero venuti.

In ogni manifestazione terrestre Emily coglieva il sacro, quasi sentisse un soffio divino penetrare nelle cose e renderle uniche. La sua possente fantasia e la capacità divinatoria l’aiutavano a tradurre l’universo che esplorava senza temere l’ebbrezza di una simile impresa. Emily è là, sempre davanti a noi e, sorridente, ci sussurra: “La verità che non oso conoscere/travesto in motto arguto” (1715).
  

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