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L’originale di una lirica di Emily Dickinson
Il primo volume delle poesie di Emily, pubblicato il 12 novembre 1890. Il raffinato libro con filetti d’oro e d’argento edito da Roberts Brothers conteneva 116 liriche e in copertina riproduceva il cespo di indian pipe dipinto da Mabel Todd proprio per Emily.
Emily Dickinson Profilo
l'Amore
la Morte
la Natura
LA POESIA

“Il lampo gioca a lungo-/ma solo quando canta/ci accorgiamo che esiste” (630)

Millesettecentosettantacinque liriche, più di settemila parole incastonate con grande maestria in diciannovemila versi. Questa è dunque la nostra eredità: parole e parole che ci svelano la loro rara bellezza e mostrano la preziosità di una luce nata dalla profondità del loro significato. Perché è indubbio che il linguaggio di Emily è straordinario, essenziale, pregno di sfumature difficili da scoprire alla prima lettura. E’ bandita la superficialità dalle sue poesie, nulla è lasciato al caso ed è facile intuire che uno dei libri preferiti di Emily fu sicuramente il dizionario, seguito dall’attenta e continua lettura delle opere di Shakespeare.

Emily leggeva moltissimo, basta scorrere il suo epistolario per accorgersene, infatti, vi sono citati molti autori, del passato ma anche suoi contemporanei, come William Blake, John Keats, Charlotte Brontë e soprattutto Emily Brontë, Charles Dickens Ralph W. Emerson, Robert Browning, Walt Whitman. Immancabile poi la lettura della Bibbia, soprattutto l’Antico Testamento, il libro che tutti ad Amherst possedevano e leggevano. Emily, quando si trattava di apprendere, era come una spugna. Sapeva fare suo qualsiasi tipo di linguaggio, quello di tutti i giorni, filtrato attraverso le leggende, i racconti, i pettegolezzi e il quotidiano della “sua” gente, quello forbito e severo del padre avvocato, quello religioso, udito in chiesa e legato all’educazione puritana, quello geografico appreso sfogliando e studiando testi di geografia; quello scientifico, con gli affascinanti nomi delle pietre preziose e dei minerali ma altri suoi spunti li prese anche dalla storia, dall’arte, dalla matematica e dalla geometria.

“Andò al capestro la stregoneria,/nella storia, però la storia ed io/sappiamo essere streghe quanto occorre/qui tra di noi, ogni giorno –“(1583). Emily filtrava e dosava le parole simile ad una strega incantatrice con la melodia cucita addosso e creava metafore, similitudini, rime imperfette, pause forzate e insolite assonanze. Strane ricette colme di un’energia misteriosa inventate nella solitudine della sua camera, un santuario dell’anima, dove i muri si dilatavano sino a rendere il mondo privo di confini. Avere una visione così ampia la spingeva a descrivere ogni cosa con frenesia, prima che le significazioni sfumassero senza essere colte dalla sua portentosa penna.

Come frutti troppo maturi, i versi esplodevano nelle sue mani e i tanti semi in essi contenuti sono poi volati ovunque portando la sua ridda di voci nel mondo.
Preziose poesie ricche di molteplici varianti composte su un unico tema, sia esso la natura, l’amore o la morte. Ed essere in grado di percepire e tradurre ogni sfumatura, significa possedere un’innata capacità di cogliere l’armonia che ci vive intorno e di cui noi stessi siamo inconsapevolmente pregni.

Emily creava nel suo canzoniere un dinamismo capace di rendere le liriche vive e potenti, destinate ad un viaggio perpetuo dove lo scorrere del tempo non può scalfirle. La sua vita corse nella direzione opposta a quella dei suoi contemporanei impegnati a cercare il fulgore della notorietà nel loro presente.
Emily scelse il futuro. La morte, abituata a condannare tutti al silenzio, portò invece la sua voce in ogni luogo frantumando la barriera del tempo. “Il compenso perfetto della fama/si ottiene disprezzandola -/ama chi la disdegna-/voltati –non la vedi che t’insegue?” (1427). E, per Emily, così è stato.
  

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