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Casa di Emily Dickinson
Casa sulla Main Street di Amherst attorno al 1840
 
Scuola di Emily Dickinson
La Seminary Hall del Mount Holyoke Female Seminary negli anni Settanta.
 
Seminario di Emily Dickinson
Il Mount Holyoke Female Seminary

di Adriana De Angelis

"Tra cento anni a cosa servirà tutto questo?"
Così scriveva Emily Dickinson, l’11 agosto 1845, alla giovane età di 15 anni, ponendosi domande su cose decisamente più grandi di lei, l’amore delle quali faceva in qualche modo presagire la sua vita futura di “genio incompreso”, piena di solitudine, scrittura e gravi meditazioni sulla vita, la natura, il mondo e le umane cose. E se ancora lo svolgersi reale della sua esistenza - sulla quale si continuano a produrre tesi ed interpretazioni diverse, tese a svelare quell’aura di mistero che la contraddistinse - non ha trovato definitiva risposta, la forza della sua poesia ha dimostrato più che ampiamente che quanto da lei vissuto, pur nella sua singolarità, non è stato invano. Le sue contraddizioni e il suo sentire, infatti, incompresi alla sua epoca, diventano ogni giorno più attuali, facendocela apprezzare sempre più e sentire vicina come non mai.

Nata e vissuta in epoca vittoriana, in una cittadina del puritanissimo New England, Amherst, Massachussets, dall’età di 35 anni e per vent’anni fino alla sua morte, per ragioni di diversa natura di cui non si arriverà mai a conoscere l’intera verità, scelse di chiudersi al mondo, che sentì in qualche modo estraneo e che sembrò rifiutarla, e di vestire unicamente di bianco, sottolineando così la sua ferma decisione di sentirsi e voler essere considerata una via di mezzo tra una monaca ribelle ed una vergine vestale, posta a difesa del suo rifugio clandestino: la stanza sopra le scale, al secondo piano della sua abitazione dove era libera di essere se stessa ed esprimersi componendo le sue liriche, sorta di finestre spalancate sull’anima sua e quella dell’universo.

“…Ecco apparire una piccola donna comune con due bande di lisci capelli rossicci, in un semplice picchè bianco squisitamente lindo ed uno scialle di lana blu….mi mise nelle mani due gigli”: così descriveva la poetessa Thomas Wentworth Higginson il 16 agosto 1870 nella sua lettera alla moglie nella quale raccontava l’avvenuto incontro, dopo anni di sola corrispondenza. E ancora, il 15 settembre 1881, Mabel Loomis, annotava nel suo diario “Ad Amherst…… è chiamata il “mito”.Non esce di casa da quindici anni…..veste di bianco, si pettina come usava quindici anni fa“. E così, a 120 anni dalla sua morte, avvenuta il 15 maggio 1886 nella sua città natale, Emily appare ancora nell’immaginario di quanti, tanti, la amano e, apprezzando la sua immortale poesia, cercano di creare un contatto il più possibile stretto alla sua persona attraverso la visita ai luoghi che ne custodiscono i ricordi. Il vedere e toccare quell’abito bianco – conservato presso l’Università di Harvard anche se un fac-simile è presente nella Homestead di Amherst - produce tuttora emozioni profonde.

Grazie ad esso, i suoi estimatori possono ancora avvertire la presenza di Emily come se il tempo non fosse mai trascorso. Che si sia ad Harvard o a Amherst, quindi, e che sia o meno l’abito appartenutole poco importa: esso rimane l’icona, il simbolo stesso della Dickinson, così come per lei fu il simbolo della vita che si era scelta, l’unica che volesse vivere, nella seconda parte della sua esistenza.
Che differenza dalla vivace descrizione che la poetessa aveva dato di sé, proprio ad Higginson, nel 1862, allorquando la grande decisione che ne avrebbe stravolto l’esistenza non era ancora stata presa:
“….piccola come lo scricciolo….i capelli arditi come il riccio della castagna – gli occhi hanno il colore dello sherry che l’ospite lascia in fondo al bicchiere”.

“A bilanciare la Differenza – Se il Bianco esiste – deve esserci – un Rosso!” scriveva nel 1863. Ed eccola, quindi, arrivare ad incarnare i suo stessi versi: abito bianco illuminato dal rosso dei suoi capelli.
Due Emily in quei due colori, l’uno simbolo dell’essere essenzialmente spirituale in cui si era trasformata e rifugiata e l’altro della forte passione presente in lei sempre, ma repressa: i due estremi che la contraddistinsero e che sicuramente crearono in lei, calata in una realtà altamente tradizionalista e puritana come quella americana dell’epoca, forti difficoltà di identificazione, aumentate dall’incapacità del padre di accettare lo spirito libero di una figlia che sentiva sfuggire al suo controllo, tanto da arrivare a vietarle, nel 1886, di recarsi ad una visita medica a Boston per la malattia agli occhi che l’aveva colpita.
Il padre evidentemente temeva la ricerca di indipendenza e la forte passionalità che avvertiva in Emily, così lontana dai suoi principi morali. La vicinanza di Salem e delle sue streghe – che altro non furono se non donne che non si piegavano al modo di pensare corrente e maschilista – ebbe forse la sua influenza anche se a duecento anni di distanze da quegli avvenimenti.

L’unico modo che la figlia riuscì a trovare per sfuggire al patriarca fu di ritirarsi dal mondo congiungendosi con il suo io più profondo e vero dopo aver rinunciato a qualunque tipo di matrimonio o unione terrena. E in questa sua raggiunta pienezza e felicità, in netto contrasto con il nero simbolo di dolore e di vedovanza - vedi l’amica Kate Scott Turner “la ragazza in nero”- sceglie il bianco come simbolo dell’eterna sposa, di colei che, grazie all’unione con se stessa, ha raggiunto la luce che teme che i suoi occhi malati non le daranno più possibilità di vedere.

Bianco come l’abito di una vergine vestale che protegge il sacro fuoco della sua patria interiore, della sua raccolta stanza che è stanza dell’anima e stanza poetica da dove ella, libera dalle passioni relegate solo al colore dei capelli, può guardare a se stessa e al mondo con sguardo da medico - il bianco si ripropone - anzi da chirurgo, comprendendone ragioni che una vita esteriore non le avrebbe mai fatto intuire.
  

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